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sabato 20 agosto 2011

Mercatini, tanta libertà, ma anche tanto delirio



Ecco, dopo il post sulla libertà e la serenità dei mercatini (Pubblicato qui) parliamo degli aspetti un po' più deliranti. La tua libertà di organizzarti il lavoro è limitata, nel senso che puoi andare quando vuoi e fare quello che vuoi e come vuoi, ma sempre inquadrato all'interno di regole e costumi che a volte sono anacronistici e un po' odiosi. Per non dire mafiosi.
Quando un comune organizza da solo il mercatino ci si guadagna in (teorica) onestà ed eguaglianza di trattamento, ma si deve faticare molto perchè i comuni sono inefficienti, ottusi, iniqui, incapaci. Al comune di Golfo Aranci siamo stati testimoni di una funzionaria che non era in grado di usare la calcolatrice e alle nostre insistenti domande su come fosse regolamentato il mercatino quest'anno non faceva che rispondere come un disco incantato e anche un pò infastidita, "come l'anno scorso"....
A Villasimius quando gli artigiani fanno notare che sono stati fortemente penalizzati nell'assegnazione del posto (loro che pagano le tasse lavorano in un parcheggio, gli hobbysti lavorano nella strada dello shopping, follie delle amministrazioni sarde, eppure è con le nostre tasse che costoro vivono e lavorano) rispondono, “andatevene da un altra parte, voi continentali qui siete ospiti e fate quello che diciamo noi!” (alla faccia della famosa e celebrata ospitalità sarda).
Ma la più incredibile è quando Paola è andata in comune per parlare di questa faccenda con il sindaco, che dopo averla fatta aspettare 3 ore si è vigliaccamente dileguato delegando un assessore a fare da ambasciatore... costui quando gli veniva fatta notare l'incongruenza della distribuzione dei posti non aveva di meglio da rispondere che “Avete ragione” aggiungendo con voce sommessa e sobillatrice “fossi in voi ci manderei la finanza dagli hobbysti”!
Così tocca starsene e sperare che la stagione volga al meglio stringendo i denti e lavorando in condizioni precarie, a Villasimius nessuno rispetta la ZSL serale e tocca lavorare così, il comune non fa nulla per impedire queste situazioni.


Quando il comune non è in grado di far da se (o quando qualche privato è abile ad allungar mazzette) affida a terzi la gestione della piazza, e qui si lavora decisamente meglio. Si paga generalmente di più ma si vedono stesi tappeti rossi, fioccano i ruffiani, e, per chi si mette la dignità nelle mutande, ci si deve inchinare al padrone e ai suoi voleri, visto che egli è libero di decidere chi prendere e chi no in base a indici di gradimento che sono tutti personali. Insomma la solita storia che si ripete uguale dal medioevo. Quando facevamo notare che era ingiusto pagare 7 giorni di mercatino settimanali quando ne lavoravamo 6, dopo diverse scuse farfugliate, ci veniva chiesto in modo minaccioso dove vivessimo (a rimarcare il fatto che le regole qui sono così e mosca).
All'isola della Maddalena succede che un anno spostano il mercatino dalla piazza centrale ad una via periferica e sconosciuta, la giustificazione è che vogliono rivitalizzare una zona depressa, la realtà è che qualche assessore ha interessi in qualche locale della strada e vuole portare là il turismo. Questo sopruso succede spesso nel mondo dei mercatini, ma quell'anno alla Maddalena i bancarellari se la presero a male, inscenarono proteste e addirittura scioperarono un paio di sere, raccolsero firme e fecero venire un giornalista della Nuova Sardegna. A tutto questo il sindaco rispose, "voi siete ospiti e qui comandiamo noi"!


Ma a volte si assiste a scene talmente grottesche che sembra di stare in un film di Jodorowskj e c'è da morire dalle risate, a volte anche no, c'è da farsi venire un ictus.
La bancarella delle incisioni attira come mosche al miele tutti i più tamarri della zona, le cose stanno andando così, l'artigianato vero, quello di qualità, sta scomparendo, come sta scomparendo la cultura e il lavoro creativo. Non rende, si lavora tanto e non si guadagna niente. E allora i mercatini scendono di qualità e si finisce con lo smerciare solo volgarità di scarsa qualità e basso costo, perchè è questo che vuole la gente. Non gliene frega niente del fatto a mano, né del bello, deve costare poco e basta. E la bancarella delle incisioni è perfetta per questo, anzi anche troppo. Così che sei sempre li a confrontarti con buzzurrame della peggio specie.
Le famiglie allargate, moleste e cialtrone non si contano, i ricchi che pretendono lo sconto e poi ti chiedono di cambiarti banconote da 500€, oppure ti pagano 10€ in monete da 10 e da 5 centesimi per non spezzare la preziosa banconota da 50€.
I tedeschi di solito discutono e riflettono una settimana intera prima di spendere 5 euro per un braccialetto, i russi si sono arricchiti e devono dimostrarlo solitamente spendono e gettano banconote da 100 con disprezzo sul banco, quelli del nord italia sono piuttosto avari, anche nell'espressività, specie i veneti, ma anche i liguri, diciamocelo. Esistono sempre le eccezioni, ma la maggioranza è così.
I gruppi di Cagliari sono piuttosto difficili da gestire, sono veramente dei cialtroni arroganti, sono capaci di provare tutto, toccare tutto, pretendere tutto e fare un gran casino per poi non comprare nulla, forse non trovano miglior modo per passare il loro tempo, i romani sono spendaccioni ma pensano di poter fare tutto quello che vogliono e come vogliono alla bancarella, come i napoletani che in più sono super pignoli e trovano sempre il pelo nell'uovo.Martellarti sullo sconto è d'obbligo.
Arrivano famiglie di 10 e più persone che iniziano a rovistarti tutto il banco alla spasmodica ricerca del modo più inutile per poter spendere i propri danari, i bambini urlano e devastano, i genitori pure urlano e comandano, e mentre incidi hai le spalle ricoperte di mocciosi che devono vedere cosa stai facendo arrampicandosi sulla tua schiena.
E quando se ne vanno pare che sul banco sia passato un ciclone. Il saluto, quando la gente arriva e quando se ne va, il grazie, il prego, il mi dispiace o mi scusi se i figli fanno cadere qualcosa dal banco, magari rompendolo, quelle sono pretese esagerate, figuriamoci...
Oppure arrivano persone poco sveglie che guardano ansiose il banco ripetendo come in un mantra ossessivo cosa è questo, indicando le penne, e cosa fa quello, indicando noi che le incidiamo, vedono, ma non guardano e ovviamente non capiscono; o altre persone che si provano gli anelli per una ventina di minuti frugando compulsive alla ricerca della misura giusta, non rendendosi conto che le misure sono scritte li sopra, frugano, ma non leggono, a dirla tutta non se li stanno nemmeno provando, anzi, non sanno nemmeno quello che stanno facendo. Una volta una ragazza dopo un bel po' che frugava mi fa, ah! Ma tanto io nemmeno li porto gli anelli! E se ne andava, stizzita...
Una volta un gruppo di semi analfabeti non riusciva a capacitarsi cosa fosse l'incisione e quando gli spiegavi come funzionava e dove sarebbe comparso il nome, guardavano da vicino la penna e perplessi domandavano, ma io qui non vedo niente!
Un altra uno del medio oriente completamente ubriaco, devo riprenderlo più di una volta perchè si appoggia sul banco rischiando di rovesciarlo, e quando finisco di incidere abbandona il suo bicchiere di mirto vuoto tra le penne, gli dico senti il bicchiere portatelo via, e lui mi risponde tienilo li, buttalo te, che se no domani non torno più a comprare qui, a rimarcare il fatto che era ricco e se non facevo quello che voleva non sarebbe stato generoso con me, poveraccio bisognoso dei suoi danari.... 
Una volta una si ferma e mi chiede, scusi, ma nelle penne c'è l'inchiostro? Mi sono dovuto mordere la lingua per non risponderle, no signora, c'è il formaggio...
Ma la perla resta quella di un genoano che mentre si fa incidere il portachiavi del Genoa mi domanda se ne sto vendendo più della sua squadra del cuore o di quegli altri ciclisti, io gli dico che all'inizio erano molti più sampdoriani che compravano questi portachiavi, ma adesso invece si stanno facendo sotto i genoani. Allora lui si piega su se stesso, stringe i pugni, e in un urlo soffocato di esaltazione grida, Vaaaaaaai che recuperiamo!

giovedì 21 luglio 2011

Mercatini

Ed eccoci qua nel profondo sud della sardegna, per affrontare questa lunga e incerta stagione di bancarelle al mercatino di Costarei, giù nel torrido Sarrabus (ieri 38 gradi e scirocco a bomba).


Incerto questo mestiere lo è per definizione, ogni anno soggetto a fluttuazioni dovute a croniche instabilità, la disorganizzazione, spesso in malafede, dei comuni e delle relative delibere, per cui non sai mai se lavorerai ancora nel posto dove hai sempre lavorato, e se ci lavorerai non sai in quale luogo del paese ti metteranno, e l'andamento del turismo, sempre soggetto a variazioni, oltre che il gradimento del prodotto che proponi. 


Quest'anno si sono aggiunte le compagnie dei traghetti che hanno alzato mostruosamente i prezzi – tutte assieme – logica conseguenza, nessuno viene più a fare le vacanze nell'isola. Questa volta l'hanno fatta troppo grossa, non conosco le congiunture internazionali del mercato e dei prezzi del petrolio, ma la situazione Tirrenia e il “cartello” venutosi a creare puzzano un po', cosi ci convinciamo che forse hanno voluto un po' aprofittare del boom delle vacanze in Sardegna degli ultimi 10 anni, dandosi la zappa sui piedi però, specie in un periodo di crisi come questo. Addirittura stanno annullando corse e accorpando navi adesso. E la conseguenza diretta è... mercatini vuoti.


All'interno del mondo dei mercatini serpeggia già un certo nervosismo, sebbene sia un usanza piuttosto diffusa quella di fasciarsi la testa dopo appena 2 settimane di lavoro, se gli incassi non sono all'altezza.... Ma la gente è così e va subito fuori, il vero ambulante è uno che se guadagna poco si incazza dalla prima sera.
Sta di fatto che i segnali non sono buoni, poca gente e tanto vento, sempre vento, se non è il bollente Scirocco è il potente maestrale, che ci ha già rovesciato il pantografo una volta! In questi giorni non accenna a diminuire, ieri sera ha fatto volare l'ombrellone di un amica sulla bancarella di un altra, qualche giorno fa erano tutti presi a correre dietro ai propri oggetti che fluttuavano, le bancarelle volanti! Quale miglior esempio della precarietà di questo mondo!
Ecco, questa precarietà, non piacevole, alcuni ci scapperebbero di testa, è però bilanciata da una grande libertà. Improvvisamente sei libero. Libero di decidere del tuo tempo, libero di goderti la vita, libero di organizzarti il lavoro, di andarci quando e come ti pare, libero di cambiare e di tornare. La libertà di tempo è totale, e visto che lavori in località turistiche, lo passi in luoghi assolutamente meravigliosi. 


domenica 1 maggio 2011

Potosì


Potosi è veramente una bella città, non ce lo aspettavamo. Ha tantissime case coloniali e chiese con decorazioni di tutto rispetto. D'altronde era anche ovvio, l'unica città americana ad essere elevata a rango di città imperiale da Carlo V, con tutto l'argento che hanno cacciato fuori le sue miniere si dice si sarebbe potuto costruire un ponte che la collegasse a Madrid. Pare addirittura che il capitalismo non avesse potuto imprimere la sua brusca accelerata senza l'argento di Potosi! Boh, chissà, quel che è certo è che di ricchezza ne girava molta qui ai bei tempi andati, e la città lo dimostra


La città è come posata su 2 fianchi di due montagne, scende e poi risale. Il fianco principale è il Cerro Rico, la grande montagna che da 500 anni sputa minerali per la gioia – e il dolore – di molti dei suoi abitanti. 
Dunque è tutto in salita e contando che siamo a 4000 andare in giro è un grande sbattimento, fai 2 passi e già ansimi come uno dell'ospizio del Doria quando, rantego, va a fumarsi la sigaretta di nascosto dalle infermiere.


Il centro è molto curato e mescola locali turistici con bettole dove puoi mangiare il pollo fritto a 2 euro, peraltro molto buono. La bevanda con cui accompagnare tali prelibatezze è ovviamente la sempiterna Cocacola e in nessun luogo che si rispetti non è presente almeno una televisione accesa a tutto volume che trasmetta preferibilmente programmi spazzatura; al limite musica pop latina o una partita di calcio. Comunque ci dev'essere per forza sempre un gran casino.
La domenica delle Palme siamo andati a mangiare in un ristorante in cui la cortina di fumo era tale da non riuscire a vedere il comagno di tavolo. Servivano antipasti, brodo, carnazza grigliata all'ingresso (ecco perchè tutto il fumo entrava dentro), accompagnati da una televisione che prima sparava musica latina a tutto volume, poi in mancanza di meglio ha messo un telefilm anni 70, ovviamente sempre a tutto volume...


Tutto veramente buonissimo, ci sembrava anche un po' di lusso visti gli astanti e alla fine il conto è stato di 18 bolivianos a testa (2 euro), eheh ma perchè continuiamo a stare in Europa noialtri?
La sera passeggiando lentamente ancora semi infermi ci imbattiamo in una gran folla davanti alla cattedrale, e assaggiamo un pochino il sentimento ultra religioso del boliviano


Sentimento che si mescola ad arte con il paganesimo andino. Ogni volta che passi davanti ad un bar e stanno trasmettendo un film o una fiction in cui compare Gesù vedi gruppi di persone attonite davanti allo schermo....
Gli andini generalmente sono più riservati, difficile che sorridano o che dicano più di “dos bolivianos”. Le donne anzi non sorridono mai, nemmeno con i propri figli, figurarsi con i turisti. Anzi, sembra che gli rompi proprio i coglioni delle volte. Noi eravamo arrivati qui con un certo pregiudizio, bah i boliviani saranno delle mezze seghe e non avranno nulla da dire, e invece ci siamo sbagliati completamente, hanno molta personalità sebbene siano tanto discreti, e hanno saputo creare cultura e tramandare tradizioni. È tutto ultra americanizzato anche qui, però si respira un aria molto mescolata.
Per una donna non è facilissimo camminare sola, i complimenti si sprecano, e quasi sempre non sono complimenti raffinati. Non si fanno problemi nemmeno se è accompagnata.
In città è un continuo brulicare di gente, l'attività principale, oltre alle miniere ovviamente, sono i mercati, tutti vendono di tutto e camminare e lasciarsi trasportare dalla gente osservando le bancarelle e soprattutto i bancarellari è divertentissimo. Quasi tutti sono andini e vendono tutto ciò che si può mangiare, frutta, verdura, pasta, spezie, coca, carni fresche, teste di maiale, zampe di gallina... e anche tutto il resto, vestiario, carabattole, scarpe, chincaglieria, dvd, cd, impianti stereo, ci saranno 2000 bancarelle, tanti preparano da mangiare e sono circondati da persone affamate. Cammini in mezzo a tanta di quella gente che ci sono dei momenti in cui non sai da che parte girarti. Di tanto in tanto un poliziotto, un posto ideale per scippare la gente e infatti tutti si tengono lo zaino stretto. Quasi nessuna foto infatti, fare foto ai mercatini è molto difficile e quindi ci vuole tempo e calma dunque per me è impossibile. In più gli andini non amano affatto farsi fotografare, per cui ci culliamo nel mercato e va bene così. L'atmosfera non è però mai minacciosa.
Compriamo la coca, e ci prepariamo alla nostra nuova carriera di novelli narcotrafficanti....


Le periferie vanno invece degradandosi e sporcandosi sempre di più, in alto dove vivono i mineros la situazione peggiora notevolmente e allora ti imbatti in risse tra sbronzi, piazzette con personaggi loschissimi, bambini che abbandonano le discariche in cui giocano per seguirti una buona mezzora per chiederti soldi, case molto diroccate, mendicanti e rumenta ovunque, qualche rivolo puzzolente attraversa infido la strada costringendoti ad abili saltelli, molti occhi ti seguono troppo interessati e allora scivoli via veloce senza stare a indugiare più del necessario.


La sera a Potosi è sempre capodanno. Non importa se sia venerdì, martedì o giovedì, c'è sempre tantissima gente in giro. Che vende, che compra, che mangia, che struscia. Che passa sopra la sua mega macchina super truccata a mostrare orgogliosa i suoi ultimi gingilli luminosi.
Quello che credevamo essere il nostro ultimo giorno di permanenza ci concediamo la gita alle terme, un vascone di cemento con sopra una copertura di lamiera, poca gente, acqua molto calda e rilassante, panorama splendido sul canyon rosso che attraversa la valle. Una gita con un collettivo, un Nissan riadattato per ospitare 20 passeggeri più l'autista, ecco avete presente il Nissan vero? Noi eravamo “solo” in 15 più 2 bambini quel giorno, ma se ci ribaltiamo che polpettone ne esce?
Per gli amanti dei mezzi speciali eccovi un meraviglioso autobus, l'autista era tanto esaltato che lo stavo fotografando che ha suonato le trombe per un quarto d'ora


Avrebbero molte più bellezze naturali da sfruttare per il turismo qui. Peccato solo che ovunque sia una discarica, cani e maiali che rantolano in mezzo ai cumuli di rifiuti a bordo strada, i fiumi stessi che attraversano meravigliose Quebradas, che nulla hanno da invidiare a quelle argentine, sono delle fogne a cielo aperto. Al ritorno quel simpatico di un autista non si ferma cosi che siamo a piedi al buio a 25 Km dalla città. Camminiamo, è una serata splendida, l'aria pulita e rarefatta delle Ande è bellissima. Si ferma un fuoristrada e ci offre un passaggio, sopra 3 energumeni che hanno tutta l'aria di essere militari. Stai a vedere che a sto giro ce l'abbiamo fatta a mettercelo in culo da soli. E invece sarà un rilassante viaggio in compagnia di gente simpatica. Però credo che militari lo siano stati davvero, visto che facevano un sacco di domande e non rispondevano mai a quelle che facevo io a loro....
Mi ribecco la febbre, Paola continua a soffrire l'altitudine e un suo dente ricomincia a infierirle scariche di dolore. A causa di questo non ho fatto quasi foto qui. Alla fine tra una balla e l'altra è una settimana che siamo qui, e dovevano essere 2 giorni.... stranded in Potosi!

giovedì 28 aprile 2011

San Salvador de Jujuy


Dopo la anticipazione di Valle Fertil, con le sue case bianche, i suoi negozi con le insegne dipinte a mano, la lunga siesta, le etnie che finalmente iniziano a mescolarsi, ecco che arriviamo nel vero sudamerica.


A Jujuy si respira l'odore acre che mescola le spezie dei besagnini con il pollo fritto dei venditori ambulanti, la puzza di fogna con quella degli scarichi degli autobus, l'odore dei tropici con il sudore della gente.

 
E si sentono gli altoparlanti dei venditori di musica e di film che si fondono con il cianciare ad alta voce delle persone, lo strombazzare delle auto che si mescolano con le televisioni a tutto volume, e ovviamente, i vicini di stanza del nostro residenciales dai muri troppo sottili, tutti impegnati nelle loro notti di sesso trasgressivo lontano dagli ignari consorti. E la gente per le strade, in tutta la sua umanità.


Questo è il mercato che anima tutto il quartiere intorno al terminal degli omnibus, e qui decidiamo infatti di fermarci un paio di giorni. Solo indigeni per la strada, e noi.


Gli altri pochi turisti bianchi che incrociamo si muovono con passo frettoloso verso il più lindo e sicuro centro della città. Lo visiteremo anche noi il centro, molto carino, ma anche molto standardizzato e a misura di benestante, molto americanizzato, ma soprattutto bianco. Sì, qui si vede chiaramente la divisione in classi sociali – e in razze – di questo paese. Gli uni da una parte, gli altri dall'altra.
Noi preferiamo la più esotica e “pericolosa” parte indigena. Ma veramente c'è da aver più paura a Brignole quando sull'autobus salgono le vecchiette di Nervi e te hai avuto la sfortuna di aver trovato un posto a sedere. Tanto casino e tanta gente, e tanti colori, e questo volevamo.


Volevamo un po' di cultura, arte e monumenti sì, ma soprattutto la sub-cultura, quella della strada, del tessuto urbano, dei negozi, della gente, dei colori, dei fruttivendoli e dei tapullanti, della vita nelle strade e del gran casino, dei chioschi, dei bar, della gente che si incontra, soprattutto di quello che si mangia: quello che le tradizioni sono riuscite a trasmettere alla quotidianità.
E al sud nei posti che abbiamo visitato non ne abbiamo vista molta.
Al sud le città sono costruite in modo quasi totalmente artificiale a uso e consumo di un turismo massificato, a soddisfare i bisogni di coloro che vengono ad ammirarne i parchi e le montagne. Forse l'unica che un pochino si salva è Puerto Natales, con le sue facciate colorate e la sua gente schiva, ma cordiale, un po' come su nel Norrland scandinavo. Ma questa è una città con una tradizione portuale, mentre altri posti come El Chalten, El Calafate, San Martin de Los Andes, Pucon, Bariloche (ma anche El Bolson che se la tira tanto da posto di frichettoni e alternativi) sono asettiche e tutte uguali. Forse hanno bisogno di tempo per crescere, non so.
Ovviamente si parla di posti che abbiamo visto, non sappiamo se Ushuaia o Rio Gallegos siano diverse. Però anche città non turistiche come Rawson sono abbastanza sterili.


L'unica cultura che esiste al sud è quella dei nativi, che se ne stanno giustamente ben nascosti a cazzi loro nelle riserve, e a noi non passa minimamente per la testa di andar lì a compiere safari antropologici.
Man mano che ti sposti al nord gli indigeni iniziano a incrociarsi con quello che è rimasto della colonizzazione spagnola. Nella zona di San Juan e La Rioja, a nord di Mendoza, i Diaguita sono stati evangelizzati pacificamente, così che le tradizioni si sono mescolate e sono in parte rimaste radicate nella gente. E mano a mano che sali sarà sempre più così.

 
E allora viva Jujuy!

sabato 26 marzo 2011

El Bolson

Snobbiamo Bariloche e puntiamo diritti a el Bolson, più defilata e meno turistica, aspettando la concidenza al terminal semi deserto i cui unici serafici e assidui frequentatori sono gli immancabili Perri.


El Bolson è diventata famosa per il mercatino di frichettoni che sono venuti a popolarla anni fa e che deliziano i turisti con le loro opere di artigianato, soprattutto in legno


ma non mancano fantasiosi pupazzi di gommapiuma e improbabili rimastoni italiani che mercanteggiano empanadas, con scarso successo, direi. La birra casereccia però è buona e scorre giù a gran bicchieri. Ci sentiamo un po' a casa in mezzo alle bancarelle, ma la buena onda si percepisce proprio qui, e un caldo sole ci ristora sebbene sia inframezzato da scroscianti piogge. Il giorno che segue diamo la scalata al Cerro Pitrilquitron, una robetta da 2260 metri, bazzeccole per noi provetti andinisti. 


La salita è faticosa ma le lande desolate a quota 2mila sono emozionanti.




Peccato che i nostri baldi eroi debbano rinunciare a pochi metri dalla cumbre, il terso cielo del mattino ha lasciato posto a minacciose nubi e forti venti. 


Tocca ridiscendere ma senza negarci una tappa al Refugio Pitrilquitron dove la buena onda stavolta ce la racconta senza dubbi il gatto di casa. 


Una tappa che pagheremo cara, i 13 Km che ci separano dall'ostello saranno una estenuante marcia forzata sotto il diluvio universale, provando a cimentarci in un inutile autostop. 


Da queste parti l'arte del tombino non usa e dunque le strade sono tutte un fiume in piena.
Giunti zuppi fradici all'ostello ci regaliamo una serata multiculturale, in cento a cucinare, argentini che spiano le maestrie culinarie di paola, inglesi che se ne vanno in giro per il mondo da 4 mesi (e noi che credevamo di essere fortunati a fare “solo” 2 mesi per l'Argentina), americani che cianciano e urlano (vabè, sono americani), e un simpatico gruppetto di italiani, 2 ragazzini veronesi che dopo liceo fanno 3 mesi in giro per l'Argentina, ma che bravi, e un ragazzo romano fresco di laurea in storia dell'arte in crisi di idee e di identità, che ha scoperto l'inutilità dell'arte e ramingo gira il sudamerica in cerca di risposte... coraggio Patrizio tifiamo per te!
La mattina dopo un bel sole e le cime dei monti tutte imbiancate


E siamo di nuovo in movimento, salutiamo il nostro amico e compagno di avventure federico che se ne va al nord per proseguire la nostra discesa verso sud, prossima tappa Esquel, attraverso le (solite, ma suona brutto dirlo) meravigliose montagne e steppe patagoniche.


A Esquel volevamo andare al bosco degli Alerces ma tutta la faccenda ci puzza di turistica e cara, e scopriamo che non possiamo più cazzeggiare tanto in giro con tutte le cose che vogliamo ancora fare. La coincidenza per El Chalten attraverso la mostruosa Ruta 40 è gestita da una compagnia sola che percorre la tratta con un autobus normale, non cama né semicama, dunque una roba tosta. Si presentano bene, il loro sportello è chiuso e il telefono irraggiungibile. E allora il nostro (non) programma subisce l'ennesima rivoluzione (viva le rivoluzioni) e ci porta in tutt'altra direzione: la Peninsula di Valdes.